And so it is …

11 Mar

Appena ho aperto gli occhi ha smesso di piovere ed in pochi minuti è spuntato il sole. Grazie, sei molto generosa New York questa mattina, non sarebbe stato troppo felice partire con il cielo grigio. Vado a fare colazione al Connecticut Muffin, la bakery all’angolo della 2nd/7th con i tavolini fuori e i dolcetti caldi. Fake cappuccino e cinnamon stick. Mmm, devo anche comprare i lucchetti per le valigie. Per il viaggio di ritorno ne ho 4.

 

Pensavo che rileggendo tutte le stupide inutili minchiate che ho scritto in questi mesi non riuscirò a ricordare le sensazioni che ho provato, partendo, arrivando, iniziando, faticando, divertendomi, imparando, conoscendo. E partendo di nuovo, adesso, per chissà dove e per chissà quanto. E’ stato tutto turbolento e senza dubbio mi servirà altro tempo per metabolizzare questo viaggio, adesso. Ma le ore di volo che mi aspettano forse saranno abbastanza per capire se ho capito qual’è il mio posto nel mondo. Ma poi, è davvero vero che abbiamo un posto nel mondo? Io mi sento di no. Nessun posto e tutti i posti. Sempre turisti, sempre fantasmi.

Ma sono felice. No, non lo sono, actually. Ma voglio pensare di esserlo. Sono felice di aver fatto anche questa. Di tutto quello che ho fatto finora. Di tutto quello che ho provato finora. Certo, pensandoci a fondo, sarebbe stato meglio se niente di ciò che mi ha spinto fin qui fosse mai successo.

Se tutto quello che è successo non fosse mai successo i miei traguardi li avrei già raggiunti da un pezzo. Non c’era da cambiare nulla. Avevo tutto ciò che desideravo. Ma era tanto tempo fa. Prima uno, poi gli altri (capisciammè) mi hanno tirato calci uno dopo l’altro ed hanno fatto svanire quel che di bello mi ero costruita. Allontanarsi da tutti i rimpianti – mea culpa – è stata l’unica cosa che sono riuscita a fare. E città dopo città, amici dopo amici, sono finita quaggiù. Ogni volta tutto è svanito come se fosse per sempre, nel mio cuore. E anche oggi mi sento così. Si si, posso sempre tornare, certo. Probabilmente lo farò immediatamente appena metto piede a Pisa domani. Madonnina santa che ansia. Ma intanto ora devo dire addio a tutto, di nuovo. E sono stanca di farlo. Ma quante emozioni, anche adesso … mi sembra di soffocare! Non è forse questa la ‘vita’?

Dunque, le valigie sono sulla porta, e io aspetto Richard e il taxi.

E’ tutto pronto. Tranne me.

Live from Times Square

9 Mar

 

Dite voi, potevo parlare un po’ di più. M. Me so’ vergognata. Sentito che voce da Zecchino d’oro ti c’ho?

O.O

7 Mar

Black Swan

6 Mar

Sono andata con Glenda a vederlo al cinema sulla 34th. Solo 4 piani e 33 sale. Non ci ho capito nulla. Nulla di nulla. Non ci ho capito talmente nulla che non ho capito neanche se mi è piaciuto o no. Ma questo non è importante.

Qualcuno mi aiuta? Chi ha ucciso chi? Perché non è morta su’madre? Perchè quegli effetti speciali del menga? Perchè la Bellucci ha sposato Cassel, che sembra un incrocio tra Lapo Elkann e il Gobbo di Notre Dame?

DIA: Beacon

5 Mar

Richard mi ha invitato a fare una gita ‘fuoriporta’, per salvarsi da un certo pigiama party cui avrebbe dovuto partecipare con Nora e Miss Scarlet.
Così questa mattina, dopo il consueto caffè da Grumpy, abbiamo raggiunto Beacon, che è abbastanza far from NYC, quasi due ore di macchina. Uscendo dalla città, col diradarsi dei grattacieli e del famoso – virgolette – agglomerato urbano – virgolette -, abbiamo percorso l’Hudson lungo la riva. Il bosco sembrava quasi una palude, con il sole giallo sopra, e le neve che, sciogliendosi, formava delle larghe macchie di acqua fumante, che le foglie secche a terra per l’inverno non riuscivano a drenare. Qua e là una forma d’acqua più grande aveva ancora larghe piastre di ghiaccio galleggianti. Qualche procione sul ciglio della strada.

Abbiamo raggiunto Beacon, un po’più su di NYC, nello Stato di New York. Richard mi ha portato a visitare lo spettacolare DIA (www.diabeacon.org). Uno spazio sconfinato di istallazioni, sculture e dipinti di grandi artisti contemporanei. Abbiamo riso come matti. Abbiamo impiegato quasi tre ore per vedere appena metà della galleria: Wharol, Richter, Serra, De Maria … Più di un’ora per cercare di ricostruire la serie logica, o  matematica, o geometrica, o chissà, con cui Le Witt aveva realizzato gli switch di quei suoi maledettissimi quadrati di colori primari a rigatino. Un mal di testa assurdo, una sfida tra me e lui a chi arrivava per primo alla soluzione (no, abbiamo abbandonato dopo che nemmeno la quarta serie aveva una connessione riconducibile ad una funzione – nella foto, sono quelli a sinistra, malidetti loro). Quando eravamo pronti per il secondo tempo, e in particolare volevo proprio provare la vertigine di Michael Heizer, ci hanno buttato fuori perché la galleria doveva chiudere. Ahahah.

Ovviamente questa previous fabbrica di scatole – e per un certo periodo anche di biscotti – era nel mezzo del nulla, circondata solo da qualche casupola di quelle very very american, tutte in legno, tetto a due spioventi, portico o veranda dotati di divanetto in vimini, dove ti aspetti di vedere seduto Chuch Norris con l’ascia in mano.

Abbiamo percorso il nostro sunset boulevard fino a Cold Spring e lì abbiamo pranzato/cenato. Come si dice?, erano le 5 e mezzo. Abbiamo scelto questo ristorante francese, le Bouchon, che sul menù fuori proponeva cibo alsaziano – che io quando si parla di tedeschi (praticamente siamo lì) sono sempre d’accordo.

E’ stato il pranzo/cena più lungo degli ultimi dodici anni. Forse paragonabile ad un matrimonio. Quasi tre ore. No, abbiamo mangiato solo un antipasto e due piatti che ci siamo divisi per assaggiarli entrambi. Vino rosso. Vino bianco. Dolcino. No, il cameriere con i baffi alla Dalì non ci ha fatto aspettare affatto, le portate sono arrivate tutte in tempo. Ma, semplicemente, stavamo bene lì. Abbiamo parlato di molte cose. Andare. Tornare. Cambiare vita. Ritornare ad una vita già conosciuta. Responsabilità. Necessità. Progetti.

Il locale era così carino ed accogliente da sembrare un altro set cinematografico (qui tutto sembra fake, ovunque). Ed il vino era delizioso, il primo meritevole da quando sono qui, sarà perché non l’ho scelto io (adoro quando gli uomini decidono per me).

Siamo rientrati a NYC quasi alle dieci. Ed ho visto di nuovo la città illuminata dal ponte di Brooklyn, come il primo giorno quando Richard mi è venuto a prendere all’aeroporto. Di nuovo in macchina verso la 3rd Street. Il mio arrivo. E adesso, la mia partenza.

4 Mar

I have never been so happy. Never been so hopeless.

Mary Poppins @ Broadway!

4 Mar

Raggiungo Times Square un po’ di corsa che alle 19.30 avevo appuntamento con Inga e qualcun’altro al New Amsterdam Theatre. Finally! We’ve got it! Stamani Inga è andata a prendere i biglietti per il Musical a Broadway! Una delle cose da fare assolutamente prima di andare via.

I biglietti erano per Mary Poppins. Io a dirla tutta avrei preferito vedere Mamma Mia, che gli Abba mi piacciono da morire, o anche Wicked, ma insomma, mi son dovuta ricredere. Il teatro, Disney, dove si teneva lo spettacolo era meraviglioso, pareva proprio di stare a Disneyworld, tanto erano curati gli stucchi e le rifiniture, in questo strano mix di kitch, classico, e cartoon.

Le scenografie erano qualcosa di indescrivibile, per la magia che sono riuscite ad evocare e per quanto fossero allo stesso tempo in qualche modo familiari, dato che erano ovviamente ispirate alla trasposizione cinematografica che conosciamo tutti. Mi sono ricordata tutte le parole delle canzoni come una bimbetta.  E chi non se le ricorda? (A parte Inga e la sua amica, che non hanno MAI VISTO il film. Roba da galera)

Lo spettacolo deve avere dei costi esorbitanti, tanto da vergognarsi di aver pagato appena $30 per vederlo. Addirittura quando il vento del Nord porta via mary Poppins lei vola sopra gli spettatori gettandosi sulla platea e raggiungendo la galleria, con l’ombrelluccio aperto. L’avevamo letteralmente davanti agli occhi, quasi potevamo toccarla. Per non parlare di Bert che ha camminato a capo all’ingiù sul limite superiore dello stage, o delle case,dei tetti, dei camini, delle stelle e degli alberi.

Mi sono ricordata di aver visto Mary Poppins per la prima volta con la mia nonna. Mi sono ricordata di aver pianto per anni interi per la sorte della vecchieta sulle scale di Saint Paul. Credo che sia stata la prima homeless che io abbia mai visto in vita mia. Non potevo credere, allora, che qualcuno potesse vivere in condizioni tanto povere. Provavo per lei una pietà sconfinata. E da allora detesto le palle di cristallo con la neve dentro. Per me sono l’essenza della tristezza ancora oggi. Non parliamo di quando andavo avanti per mesi interi cantando in falsetto “Feed the birds” nei miei giorni felici a Pisa. No. Quelli infelici.

I tought I was someone else, someone good.

4 Mar

And so, questo è stato l’ultimo giorno al museo. Non riesco a credere che tutto quello che ho vissuto qui sarà, un giorno, perso chissà dove nei ricordi. Ho lavorato fino a tardi, ed ho lavorato davvero tanto, portando a termine tutti i compiti che mie rano stati assegnati ed anche di più. Melissa mi ha consegnato una lettera di referenze come nessuna di quelle che ho ricevuto nei miei precedenti impegni. E sono quasi sicura che non varrà a niente, neanche questa. Ma più di così davvero non saprei cosa portare a mio favore, stavolta. Una lunga lettera nella quale stentavo quasi a riconoscermi, se non mi fossi poi soffermata a pensare per un attimo a quante cose ho in effetti fatto in questi mesi. Innumerevoli. Preziosissime, per me e per loro.

Il venerdì il museo chiude alle 15.30, perché è Shabbat, così, quando sono uscita io, intorno alle 19.00, non c’erano che gli uomini della sicurezza, ed un tramonto ormai consumato. Avevo salutato tutti man mano che tornavano a casa. Ho preso nota degli ultimi suggerimenti di cui potevo tesoro in futuro. Ho avuto un affettuoso colloquio col direttore. Non so cosa pensare di niente, non so nemmeno come mi sento. O forse non voglio andare a vedere fino in fondo come mi sento, perché  non dev’essere un granché questa risposta.

Sono uscita, passando dal retro, dove di solito entro al mattino quando l’entrata principale è ancora chiusa. Ho voluto credere che lunedì, come al solito, sarò di nuovo lì, a finire il mio condition report. Ho fatto pochi passi ed ho raggiunto la camminata che si affaccia su Bedloe’s Island, dove si riconosce con qualsiasi tempo, chiara ed emozionante, la figura di Lady Liberty. So tutto di lei, ormai. Ed ho ancora tre sigarette nel pacchetto. L’ho comprato la prima settimana di gennaio, non male. Stasera ne ho fumata una, che si è persa in un vento gelido e pungente. Poi, siccome il patetismo è davvero il mio forte, ho scelto dalla mia playlist “New York” Perfect day di Lou Reed, e l’ho ascoltata mentre raggiungevo la metro, in una surreale atmosfera di silenzio assordante e solitudine (quella bella, quella titanica).

And so, New York, today you made me forget myself.

I tought I was someone else, someone good.

Farewell Party @ MJH

3 Mar

Per me … what a nice surpirse at the Museum today!

Thanks to all my friends here, who made this one a very very important professional training, and most of all an unbelievably amazing human experience.

Art After Dark @ the Guggenheim

1 Mar

INVITATION TO ART AFTER DARK

Tuesday, March 1, 9 pm–midnight

Please join us to celebrate the opening of The Deutsche Bank Series at the Guggenheim: Found in Translation, presented in conjunction with Armory Arts Week. Drawn from private loans and the Guggenheim’s extensive collection of video, film, and new media, the exhibition focuses on artists who have come of age professionally within the past fifteen years, as political and artistic practice has increasingly engaged the contemporary era of globalization. Among the artists included are Patty Chang, Omer Fast, Sharon Hayes, Steve McQueen, Lisa Oppenheim, and Sharif Waked. Enjoy a private view of all exhibitions set to a music playlist selected by exhibition curator Nat Trotman.

A ME MI ha invitato Lea, la fidanzata di Kristof (non c’è niente da ridere, please), e nonostante le video istallazioni non siano esattamente il mio genere preferito, ho trovato un paio di cosa altamente inspiring. Un esempio su tutte? Questa, su cui ancora devo finire di riflettere:

To Be Continued
Sharif Waked (2009) Video installation

Waked uses the now familiar media image of a suicide bomber’s last broadcast but his protagonist reads excerpts from One Thousand and One Nights instead thus avoiding the horrific denouement. This mirrors the origin of the tales themselves in which Scheherazade narrates one gripping tale after another to King Shahrayar in order to save herself and her tribe from execution.

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